CASSANDRA CLARE.

SHADOWHUNTERS. PAGINE RUBATE.


Titolo originale: Five Stories about "The Mortal Instruments" World. 2012.
Traduzione di: Manuela Carozzi.
2012 A. Mondadori Editore, Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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La saga di Cassandra Clare, Shadowhunters, riserva molte sorprese ai lettori.
Come questi cinque brani, inediti finora in Italia, scorci segreti sulla storia o punti di vista mai svelati. Un esempio per tutti: il primo, travolgente bacio tra Jace e Clary, visto
con gli occhi e il cuore di lui...
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L'autrice.
Cassandra Clare  nata a Teheran e ha vissuto i primi anni della sua vita in giro per il mondo
con la famiglia, trascinandosi sempre dietro bauli di libri. Dopo aver lavorato come giornalista tra Los Angeles e New York, ora si  fermata a Brooklyn, dove, per non farsi distrarre dai gatti e dalla TV, scrive i suoi libri nei caff e nei ristoranti.
Le saghe Shadowohunters e Shadowhunters: Le origini, hanno appassionato milioni di lettori amanti del genere urban fantasy nel mondo, con oltre 30 milioni di copie vendute negli Stati Uniti e 400.000 in Italia.
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Il primo bacio. Titolo originale: The First Kiss (Jace's Point of View).
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La campanella dell'istituto comincia a rintoccare, il battito intenso e profondo
dell'apice della notte.
Jace posa l'arma.  un piccolo coltello a serramanico di ottima fattura, col
manico in osso, che gli ha regalato Alec quando sono diventati parabatai. Non ha mai
smesso di usarlo e l'elsa si  consumata a furia di stringerla in mano.
- Mezzanotte - dice. Riesce a sentire accanto a s Clary, il suo respiro
delicato nell'aria fredda e profumata di foglie della serra. Lui non guarda lei, ma
dritto davanti a s, verso i lucenti boccioli chiusi della pianta di medianox, il fiore di
mezzanotte. Non sa bene perch non vuole guardarla. Ricorda la prima volta che vide
quei fiori sbocciare, durante una lezione di orticoltura, seduto su una panca di pietra
con Alec da un lato e Izzy dall'altro, le dita di Hodge sullo stelo del fiore (li aveva
svegliati quasi a mezzanotte per condividere con loro quella meraviglia, una pianta
che normalmente cresceva soltanto a Idris), cos come ricorda il suo respiro fermarsi,
nella gelida aria di una notte invernale, alla vista di uno spettacolo cos affascinante e
sorprendente.
Alec e Isabelle avevano dimostrato interesse, ma non erano rimasti incantati
come lui da quella bellezza. Persino ora, mentre le campane continuavano a suonare,
temeva che anche con Clary sarebbe accaduto lo stesso: interesse o persino piacere,
ma non autentico incanto. Voleva che, di fronte alla medianox, anche lei si sentisse
come lui, pur non sapendo spiegarne il motivo.
Un suono sfugge dalle labbra di Clary, un debole "Oh!". Il fiore sta
sbocciando: si dischiude come una stella nascente, tutta polline brillante e petali
bianco-oro. - Sbocciano tutte le notti?
Un'onda di sollievo lo percorre. Gli occhi verdi di lei risplendono, fissi sullo
spettacolo. Non se ne rende conto, ma sta piegando le dita come lui l'ha vista fare
ogni volta che desidererebbe avere una penna o dei pastelli per catturare l'immagine
di qualcosa che ha davanti a s. A volte anche lui vorrebbe poter vedere allo stesso
modo di Clary: il mondo come una tela da fermare nella vernice, nei gessetti e nelle
tempere. A volte, quando  lui che lei guarda in quel modo, si ritrova quasi ad
arrossire, una sensazione cos strana da risultargli quasi impossibile da identificare.
Jace Wayland non arrossisce.
- Buon compleanno, Clarissa Fray - dice, mentre la bocca di lei si piega in
un sorriso. - Ho una cosa per te. - Si rovista in tasca con un pizzico di incertezza,
ma lei non deve essersene accorta. Quando le preme la stregaluce nel palmo della
mano, si rende conto di quanto siano piccole le sue dita sotto le proprie: esili ma forti,
callose per via delle ore passate a stringere pastelli e pennelli. Quei calli gli fanno il
solletico ai polpastrelli. Si chiede se anche a lei, quando tocca la sua pelle, batte forte
il cuore come capita a lui.
Apparentemente no, perch si ritrae, con un'espressione che dimostra soltanto
curiosit. - Sai, quando la maggior parte delle ragazze dice di volere una grossa
pietra, non intende proprio, letteralmente, una grossa pietra.
Sorride senza volerlo, che cosa strana per lui. In genere solo Alec o Isabelle
riescono a strappargli una risata. Ha capito che Clary  una ragazza coraggiosa sin
dalla prima volta che l'ha incontrata (entrare in quella stanza disarmata e impreparata,
camminando dietro Isabelle, richiedeva un fegato che lui non attribuiva ai mondani),
ma il fatto che l'abbia fatto ridere lo sorprende comunque. - Molto divertente, mia
sarcastica amica. Ma questa non  una pietra qualsiasi. Tutti i Cacciatori hanno una
pietra runica di stregaluce: ti illuminer in tutti i luoghi oscuri di questo e di altri
mondi. - Erano le stesse parole che gli aveva detto suo padre nel momento in cui gli
aveva consegnato la sua prima stregaluce. Quali altri mondi? gli aveva chiesto, ma
suo padre si era limitato a sorridere. Ci sono pi mondi a un soffio di distanza da
questo che granelli di sabbia su una spiaggia.
Clary gli sorride e fa una battuta sui regali di compleanno, ma lui capisce che
in fondo  commossa. Con cura, si lascia scivolare in tasca la stregaluce. Il fiore di
medianox sta gi spargendo petali come in una pioggia di stelle, accendendo il viso di
lei di una luce tenue. - Quando avevo dodici anni volevo un tatuaggio - gli dice.
Una ciocca di capelli rossi le ricade sugli occhi; Jace deve frenare la voglia di
sporgersi e scostargliela.
- La maggior parte dei Cacciatori ricevono il loro primo marchio a dodici
anni. Dovevi avercelo nel sangue.
- Forse. Anche se dubito che molti Cacciatori si facciano tatuare Donatello
delle Ninja Turtles sulla spalla sinistra... - Sorride, come fa sempre quando dice
cose che per lui sono totalmente incomprensibili, persa in ricordi piacevoli. Quando
succede, sente una scossa dolorosa che gli percorre le vene, ma neanche lui capisce di
cosa sia geloso. Di Simon, che capisce i riferimenti di Clary a una realt mondana di
cui lui non potr mai fare parte? Della realt mondana stessa, a cui un giorno lei
potrebbe fare ritorno, felice di potersi lasciare alle spalle lui e il suo universo fatto di
demoni e cacciatori, cicatrici e battaglie?
Si schiarisce la voce. - Volevi una tartaruga sulla spalla?
Lei annuisce, e i capelli le tornano al loro posto. - Volevo coprire una
cicatrice lasciata dalla varicella. - Sposta un po' di lato la spallina della canottiera.
- Visto?
E lui vede. Sulla spalla di Clary c' una specie di marchio, una cicatrice, ma
non solo: il rilievo della clavicola, la delicata pioggia di lentiggini come polvere
d'oro sulla pelle, la morbida curva della spalla, il battito alla base della gola. Vede la
forma della sua bocca, le labbra dischiuse appena. Le ciglia ramate che si abbassano.
E si sente travolto da un'ondata di desiderio, un desiderio mai provato prima. Gli 
gi capitato di sentirsi attratto da una ragazza, certo, e anche di soddisfare la sua
voglia, ma ha sempre interpretato quella sensazione come fame, una sorta di benzina
che il suo corpo reclamava.
Un desiderio come quello, invece, non l'ha mai provato, un fuoco pulito che
brucia via ogni pensiero. Si affretta a distogliere lo sguardo. - Si sta facendo tardi -
dice. - Dovremmo scendere.
Lei lo osserva, incuriosita, e lui non pu fare a meno di sentire che quegli occhi
verdi riescono a leggergli dentro. - Tu e Isabelle siete mai usciti insieme? - gli
chiede Clary a bruciapelo.
Il cuore continua a battergli forte. Non capisce bene la domanda. - Isabelle?
- ripete, confuso. Isabelle? Ma cosa c'entrava ora Isabelle?
- Pensavo... Simon era curioso di saperlo - gli spiega, e lui detesta il modo
in cui pronuncia quel nome. Non ha mai provato niente di simile, prima d'ora: niente
che lo facesse innervosire come lei in quel preciso momento. Ricorda quando l'ha
raggiunta in quel vicolo dietro la caffetteria, il modo in cui avrebbe voluto trascinarla
via, lontano da quel ragazzo coi capelli scuri con cui stava sempre, portandola dentro
il suo universo di ombre. Anche allora ha sentito che lei apparteneva al proprio stesso
mondo, non a quello dei mondani, dove le persone non erano reali, dove tutti gli
scorrevano davanti agli occhi come marionette su un palcoscenico. Ma quella
ragazza, coi suoi occhi verdi che lo avevano inchiodato come i collezionisti con le
farfalle, lei era reale. Al pari di una voce sentita in sogno, ma che sai provenire dal
mondo del risveglio, lei era vera, capace di fare breccia nella distanza che lui aveva
con tanta cura costruito attorno a s come un'armatura.
- La risposta  no. Voglio dire, possono esserci stati dei momenti in cui l'uno
o l'altra ha considerato la cosa, ma lei per me  quasi una sorella. Sarebbe strano.
- Vuoi dire che tu e Isabelle non avete mai...
- Mai - risponde Jace.
- Lei mi odia - riprende Clary.
Nonostante la situazione, Jace per poco non scoppia a ridere. Come potrebbe
capitare a un vero fratello, un po' si diverte a guardare Izzy quando se la prende. -
No, non ti odia.  solo che la rendi nervosa, perch  sempre stata l'unica ragazza in
un gruppo di maschi adoranti, e adesso non lo  pi.
- Ma  cos bella...
- Anche tu - le dice d'istinto, e vede che Clary cambia espressione. Non
riesce a decifrarla. Non  certo la prima volta che dice a una ragazza che  bella, ma
non riesce a ricordarsi un solo episodio in cui non fosse tutto ben calcolato. In cui
quel complimento fosse uscito spontaneo. In cui avesse provato la sensazione di
essere stato in palestra a tirare coltelli e calci e pugni, a combattere le ombre fino a
essere insanguinato ed esausto, con la pelle scorticata, come era abituato a fare.
Lei lo guarda e basta, in silenzio. E palestra sia, allora.
- Probabilmente dovremmo scendere di sotto - ripete lui.
- D'accordo. - Non saprebbe indovinare cosa Clary stia pensando a
giudicare dalla sua voce, neanche quello:  come se la sua bravura nel leggere le
persone l'abbia abbandonato, e non capisce perch. Raggi di luna penetrano
attraverso i vetri della serra mentre loro escono, Clary poco pi avanti di lui.
Qualcosa si muove di fronte a loro, una scintilla di luce bianca, e, all'improvviso, lei
si ferma e si gira per met verso di lui, gi nel cerchio delle sue braccia, ed  calda,
morbida e delicata quando Jace la bacia.
 sbalordito. Non funziona cos, il suo corpo non fa mai niente senza il suo
permesso.  un suo strumento al pari del pianoforte, e l'ha sempre padroneggiato alla
perfezione. Ma lei ha un sapore cos dolce, sa di mele e di rame, e quel corpo fra le
sue braccia sta tremando. Lei  cos piccola... Le sua braccia la avvolgono, per
sorreggerla, e lui si sente perso. Ora capisce perch, nei film, i baci vengono ripresi
come vengono ripresi, con la cinepresa che gira in infiniti cerchi: sente che il terreno
gli manca sotto i piedi e si aggrappa a lei, piccola com', come se potesse sostenerlo.
I palmi delle mani scendono sulla schiena di Clary. La sente respirare contro di
s, un gemito fra un bacio e l'altro. Sente quelle dita sottili fra i capelli, sulla nuca,
che glieli aggrovigliano dolcemente, e gli torna in mente la prima volta che ha visto il
fiore della mezzanotte: troppo bello per essere davvero di questo mondo, ha pensato.
La folata di vento giunge prima alle orecchie di lui, allenato com' a sentirla.
Si stacca da Clary e vede Hugo, appollaiato nell'incavo di un cipresso nano poco
distante. Le tiene ancora le braccia attorno al corpo, quel peso leggero contro il
proprio. Tiene gli occhi socchiusi. - Non farti prendere dal panico, abbiamo degli
spettatori - le sussurra. - E se Hugo  qui, Hodge non pu essere lontano.
Dovremmo andarcene.
Gli occhi verdi di lei si spalancano, ha l'aria divertita. Sente che l'orgoglio gli
manda una piccola fitta. Dopo un bacio del genere, lei non dovrebbe cascare ai suoi
piedi? Invece sorride. Vuole sapere se Hodge li sta spiando. La rassicura, ma sente la
risata leggera di lei che viaggia attraverso le loro mani unite (come  possibile?)
mentre insieme scendono le scale.
E poi capisce. Capisce perch la gente si tiene per mano. Aveva sempre pensato
che fosse questione di possessivit, un modo per dire: Questa  mia propriet. Invece
 un modo per mantenere il contatto. Un modo di comunicare senza parole. Un modo
per dire Ti voglio con me e Non te ne andare.
La vuole in camera sua. E non in quel senso: nessuna ragazza  mai stata in
camera sua in quel senso. Nel suo spazio privato, nel suo santuario. Ma Clary la
vuole. Vuole che lo veda, che veda la sua realt, non l'immagine che mostra al
mondo. Vuole sdraiarsi a letto con lei e lasciare che si raggomitoli contro il suo
corpo. Vuole stringerla mentre respira piano nella notte, vederla come nessun altro la
vede: vulnerabile e addormentata. Vedere lei ed essere visto.
E cos, quando arrivano alla porta, e lei lo ringrazia per il picnic di
compleanno, Jace ancora non le lascia la mano. - Vai a dormire?
Lei inclina la testa verso l'alto e lui vede che ha sulle labbra il segno dei suoi
baci: una vampata di rosa, come i garofani della serra. Gli si annoda lo stomaco. Per
l'Angelo, pensa. Sono davvero...
- Tu non hai sonno? - gli chiede lei, entrandogli nei pensieri. Lui sente un
vuoto alla bocca dello stomaco, una tensione nervosa. Vuole tirarla ancora a s,
riversare dentro di lei tutto quello che sta provando: la sua ammirazione, la sua nuova
consapevolezza, la devozione, il bisogno. - Non sono mai stato pi sveglio.
Lei alza il mento, un movimento rapido e inconscio; lui si china,
racchiudendole il viso con una mano. Non vuole baciarla l, troppo in vista, troppe
possibilit di essere interrotti, ma non riesce a fare a meno di sfiorarle la sua bocca
con la propria, dolcemente. Le labbra di lei si dischiudono sotto le sue, lui le si
abbandona contro, non riesce a fermarsi. Sono davvero...
In quel preciso istante Simon spalanca la porta della camera da letto ed esce in
corridoio. Clary si stacca bruscamente, voltando la testa di lato, e Jace sente il dolore
acuto di un cerotto strappato dalla pelle.
Sono davvero fregato.
...
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A mio figlio Jace. Titolo originale: Letter from Stephen to Jace.
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Se stai leggendo questa lettera, significa che sono morto.
Mi aspetto di morire, se non oggi, comunque presto. So che Valentine mi
uccider. Malgrado tutti i suoi discorsi sul fatto di volermi bene, sul desiderio di
avere in me un braccio destro, sa che nutro dei dubbi. E lui  un uomo che non tollera
i dubbi.
Non so come ti cresceranno. Non so cosa ti diranno di me. Non so nemmeno
chi ti dar questa lettera. La affido ad Amatis, ma non posso sapere cosa riserva il
futuro. Tutto ci che so  che questa  la mia unica occasione per raccontarti di un
uomo che potresti anche odiare.
Ci sono tre cose che devi sapere di me. La prima  che sono stato vile. Ho
preso per tutta la vita decisioni sbagliate, perch erano le pi facili, perch mi
facevano comodo, perch avevo paura.
All'inizio credevo nella causa di Valentine. Ho voltato le spalle alla mia
famiglia e al Circolo perch mi ritenevo migliore dei Nascosti, del Conclave e dei
miei soffocanti genitori. La mia rabbia nei loro confronti  stata uno strumento che
Valentine ha sfruttato per il suo tornaconto, cos come ha sfruttato e cambiato molti di
noi. Quando ha allontanato Lucian non ho fatto obiezioni, e anzi sono stato felice di
prendere il suo posto. Quando mi ha chiesto di lasciare Amatis, la donna che amo, e
sposare Celine, una ragazza che non conoscevo, ho fatto come voleva, con mia eterna
vergogna.
Non riesco a immaginare cosa starai pensando ora, sapendo che la ragazza di
cui parlo era tua madre. La seconda cosa che devi sapere  questa: non incolpare
Celine di niente, qualunque cosa farai. Non  stata colpa sua, ma mia. Tua madre era
un'innocente che veniva da una famiglia dove la maltrattavano: cercava soltanto
dolcezza, voleva sentirsi amata e al sicuro. E bench il mio cuore fosse gi stato
conquistato, io le volevo bene, a modo mio, cos come nel mio cuore ero fedele ad
Amatis. Non sum qualis eram bonae sub regno Cynarae. Chiss se ti piace il latino
come piace a me... E la poesia? Chiss chi te l'ha insegnato.
La terza cosa, la pi difficile, che devi sapere  che ero pronto a odiarti. Il
figlio mio e della sposa bambina che conoscevo a stento. Sembravi la somma di tutte
le decisioni sbagliate che avevo preso, di tutti i piccoli compromessi che mi avevano
portato alla dissoluzione. Eppure, mentre crescevi nella mia mente, mentre crescevi
nel mondo, innocente senza colpa, ho cominciato a capire che non ti odiavo.  nella
natura dei genitori vedere la propria immagine riflessa nei figli, ed era me stesso che
odiavo, non te.
Perch c' solo una cosa che voglio, figlio mio, una cosa che voglio da te e di
te. Voglio che tu sia un uomo migliore di quanto non lo sia stato io. Non lasciare che
nessuno ti dica chi sei o chi dovresti essere. Ama chi vuoi amare. Credi come vuoi
credere. Scegli la libert come un diritto.
Non pretendo che tu salvi il mondo, ragazzo mio, figlio mio, l'unico figlio che
mai avr. Ti chiedo soltanto di essere felice.
Stephen.
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L'atto di cadere. Titolo originale: Act of Falling.
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- Perch con te non posso farlo - fu la risposta di Jace. - Non posso
parlarti, non posso stare con te, non posso nemmeno guardarti.
(da Citt degli angeli caduti)
Jace non dimenticher mai l'espressione sul viso di Clary dopo che aveva
pronunciato quelle parole: uno sgomento improvviso, tramutatosi in pallido dolore.
Non era la prima volta che la feriva. Ma mai perch lo aveva voluto, anche se
gli era capitato di aggredirla ciecamente, come la volta in cui lei lo aveva sorpreso a
baciare Aline e lui le aveva detto tutto quello che di pi orribile gli fosse venuto in
mente. Come se le parole, da sole, avessero il potere di farla scomparire e rimandarla
in un luogo per lei sicuro.
Aveva sempre messo la sicurezza di Clary al primo posto. Se cos non fosse
stato, ora niente di tutto questo starebbe accadendo. Jace si domanda se lei riesca a
leggergli il terrore negli occhi, le schegge di quei sogni in cui lui la pugnalava, la
soffocava, l'affogava, e poi si guardava le mani, grondanti del sangue di lei.
Clary fa un passo indietro. C' qualcosa sul suo viso, ma non  paura. 
infinitamente peggio. Si gira, quasi inciampando per la fretta, e si precipita fuori dalla
discoteca.
Per un istante lui resta in piedi a osservarla.  esattamente quello che voleva,
gli grida una parte del suo cervello. Allontanarla. Mandarla via per salvarla.
Ma il resto della sua mente sta guardando la porta che sbatte dietro di lei,
constatando la definitiva rovina di tutti i suoi sogni. Un conto era spingerla fino a
quel punto, un altro lasciare che fosse per sempre.
Perch lui conosce Clary, e se lei ora se ne va, non torner mai pi indietro.
Torna indietro.
In un modo o nell'altro Jace  fuori dalla discoteca. La pioggia cade a terra
come una miriade di implacabili proiettili. Vede tutto in un'unica scena, come ha
sempre fatto, come  stato addestrato a fare. Il furgone bianco vicino al marciapiede,
la pendenza della strada quando curva per tornare a Greenpoint, la buia apertura di un
vicolo dietro il bar, e Clary all'angolo, sul punto di attraversare la strada e uscire dalla
sua vita per sempre.
Quando lui la afferra, lei si libera il braccio con uno strattone, ma quando le
mette una mano sulla schiena, si lascia guidare nel vicolo. La mano dalla schiena
scivola sul braccio mentre lei si gira per guardarlo in faccia, e lui torna a vedere tutto
quello che li circonda: il muro di mattoni bagnati sullo sfondo, le finestre sbarrate, le
attrezzature musicali gettate via che affogano dentro pozzanghere di acqua piovana.
E Clary sta alzando il viso, piccolo e pallido; il mascara cola, formando rivoli
lucenti sotto gli occhi. I capelli sembrano pi scuri, incollati alla testa. Si sente fragile
e al tempo stesso pericolosa, fra le braccia di lui, un vetro pronto a esplodere.
Strattona di colpo il braccio. - Se hai in mente di scusarti, non perdere tempo.
Non voglio nemmeno stare a sentire. - Lui cerca di protestare, di dirle che voleva
soltanto aiutare Simon, ma lei scuote la testa, e le sue parole sono missili distruttivi.
- E non potevi dirmelo? Non potevi mandarmi un messaggio di due parole per dirmi
dov'eri? Ah, aspetta. No, non potevi, perch hai ancora il mio cavolo di cellulare.
Ridammelo.
Lui allunga una mano per restituirle il telefono, ma non  davvero consapevole
dei propri movimenti. Vorrebbe risponderle: No, no, no, non potevo dirtelo. Non
posso dirtelo. Non posso dire che ho paura di farti del male anche se non voglio
farlo. Non posso dire che ho paura di diventare come mio padre. La tua fiducia in me
 la cosa pi bella della mia vita e non posso sopportare di distruggerla.
Invece tutto quello che gli esce  un - Perdonami...
Clary impallidisce, e il rossetto sembra brillare di pi, su quello sfondo smorto.
- Non so nemmeno per cosa dovrei perdonarti. Perch non mi ami pi?
Si allontana senza guardare dove va e inciampa. Lui non pu trattenersi e la
sostiene.  cos delicata e tremante fra le sue braccia, sono entrambi bagnati fradici e
lui non resiste. Appoggia le labbra su quelle di lei, appena dischiuse, e sente il
rossetto, sente il sapore di zenzero, sente Clary.
Ti amo. Non pu dirlo, perci cerca di comunicarglielo con la pressione delle
labbra, del corpo e delle mani. Ti amo, ti amo. Le tiene i palmi intorno alla vita, per
sollevarla, e se ne era dimenticato: lei non  fragile, lei  forte. Gli sta conficcando le
dita nelle spalle, la bocca fiera contro la sua, e mentre lui la appoggia sopra un
amplificatore rotto sente il cuore battergli come se volesse saltare fuori dal petto.
Basta, gli sta dicendo la testa. Basta, basta, basta. Si costringe a toglierle le
mani di dosso e a metterle contro il muro, da una parte e dall'altra della testa di lei.
Solo che in questo modo i loro corpi si sono avvicinati ancora di pi, ed  stato un
errore. Riesce a vedere il collo di lei che pulsa. Ormai il rossetto  scomparso, cos
non pu fare a meno di fissare il rosa garofano di quella bocca accesa dai baci, che
sussurra: - Perch non puoi parlarmi? Perch non puoi guardarmi?
Il cuore gli batte come se volesse liberarsi dal corpo e andare a vivere da solo,
da qualche altra parte. - Perch ti amo.
 la verit, forse una verit inopportuna, ma che lo sta prendendo a pugni con
la forza di una bugia. Il viso di lei si addolcisce, gli occhi si spalancano. Tiene le
mani contro di lui, piccole, delicate e gentili, e lui le si abbandona contro, respirando
il suo profumo sotto l'odore della pioggia. - Non m'importa - si sente dire. -
Sono stanco di fingere di poter vivere senza di te. Non lo capisci? Non vedi che
questo mi sta uccidendo?
Lui sta affogando, ed  troppo tardi. Si protende verso di lei come un drogato
alla disperata ricerca della sostanza che aveva giurato di non toccare mai pi, dopo
aver deciso che  meglio bruciare in un'ultima fiammata che vivere per sempre senza.
E quel grigio mondo attorno si accende di colore, quando loro si avvicinano,
corpi che sbattono forte contro il muro. L'acqua ha inzuppato il vestito di Clary e l'ha
reso viscido sotto le dita di lui, come l'olio di un motore. Jace la afferra e la tira a s,
il desiderio che plasma i loro corpi a ogni contatto. Il respiro di lei gli risuona ansante
nelle orecchie, le palpebre sono socchiuse e tremanti. Lui le tocca la pelle in ogni
punto possibile: la nuca e le clavicole, dure sotto i polpastrelli; poi le braccia, lisce e
scivolose. Anche le mani di Clary sono su di lui, non pi timide delle sue, e ogni
volta che si sfiorano  come se un fuoco divampasse per cancellare la pioggia e il
freddo.
Lei gli tiene le spalle quando solleva le gambe e gliele stringe attorno alla vita,
strappandogli un suono che nemmeno lui sapeva di poter emettere. Ormai  troppo
tardi per tornare indietro. Le mani si contraggono involontariamente, e Jace sente il
tessuto che copre i fianchi di lei lacerarsi sotto le proprie dita, finch non le tocca la
pelle nuda. I loro baci sanno di pioggia. E se prima Jace non stava cadendo, lo sta
facendo ora.
Pensa alla Caduta, quella degli angeli che eternamente precipitano nel fuoco, e
a Icaro, volato troppo vicino al sole. Aveva gi pensato all'agonia della Caduta, al
terrore per essa, ma mai che avrebbe potuto essere piacevole. Lucifero non aveva
voluto cadere, ma nemmeno diventare servo. Mentre Jace stringe forte Clary a s, pi
vicino di quanto avesse mai immaginato, si chiede se non sia soltanto nell'atto di
cadere che si  davvero liberi.
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Questione di potere. Titolo originale: Question of Power.
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- Dimmi di pi - disse Alec, camminando avanti e indietro sul pavimento
asfaltato della stazione abbandonata di City Hall. - Ho bisogno di sapere.
Camille guardava il ragazzo di fronte a s. Era adagiata sopra il divano
scarlatto con cui aveva arredato il piccolo spazio; era rivestito di un velluto morbido,
ma consumato in vari punti.
Non certo il mobile pi raffinato che avesse mai visto, e una stazione di
transito sotto Manhattan non era esattamente all'altezza del suo monolocale a Parigi,
della palazzina di Amsterdam o della grande tenuta sul fiume, vicino a San
Pietroburgo, che ormai ricordava solo vagamente. - Sapere di pi a che proposito?
- chiese, pur conoscendo perfettamente la risposta.
- Magnus - rispose Alec. Teneva in mano una pietra di stregaluce
distrattamente, come si fosse dimenticato della sua presenza. Proprio tipico dei
Nephilim, che davano per scontati i poteri conferiti dall'Angelo e la magia che
scorreva nel loro sangue. La pietra proiettava la sua luce verso l'alto, mettendo in
evidenza le superfici piane e gli angoli del viso di Alec. - Non vuole parlare con me
del suo passato, e questo non lo sopporto. Non sopporto di non sapere.
Lei lo osservava. Era pallido come la neve, i suoi occhi di un azzurro
incredibile contro la pelle cos bianca e i capelli e le ciglia neri. Aveva le gambe
lunghe, era affusolato come il ramo di un salice ma al tempo stesso robusto: un
ragazzo molto carino, persino per lei, che quando guardava gli umani vedeva
mortalit e decomposizione.
- Potresti doverlo sopportare - gli disse, cercando di non tradire noia nella
voce. - Se Magnus non ha ancora condiviso con te i suoi segreti, magari ha scelto di
non farlo mai. Potresti trovarti ad avere lui e i suoi segreti, insieme, o niente del tutto.
- Ma con te i suoi segreti li ha condivisi.
Camille scroll appena le spalle. - Noi ci conoscevamo da molto tempo.
Avevo tanto tempo da dedicargli e tanto tempo per guadagnarmi la sua fiducia.  un
peccato che tu non ce l'abbia. Anche gli Shadowhunters che non muoiono giovani
vivono per un tempo cos breve, come tutti i mortali... - Sorrise, avvertendo il
contatto tagliente dei suoi canini sopra il labbro inferiore. Aveva fame. Pens a quel
ragazzo, alle pulsazioni nel suo collo che acceleravano quando parlava, agli occhi che
si spalancavano. Si chiese se avrebbe pianto. Le lacrime umane erano salate, come il
loro sangue.
Ma lui non pianse. Not che il volto gli si era indurito e riconobbe, nella
posizione della mandibola, un barlume dei suoi antenati. - Chi  suo padre? - le
chiese.
Lei lasci cadere la testa all'indietro sul divano. - E perch dovrei dirtelo?
- Perch tu vuoi che uccida Raphael - le rispose. - E perch potrei renderti
la vita davvero spiacevole, se volessi. - Sollev la stregaluce, i cui raggi bianchi e
freddi si allargarono per la stanza. Allora si ricordava di averla in mano, in realt.
Camille si mise dritta sulla schiena, tirando i capelli all'indietro. - Questa 
l'ultima volta, Alexander. Poi non dir pi una parola finch non verrai da me con il
sangue di Raphael sulle mani e il suo cuore legato a una catenina che io possa
indossare.
Alec deglut. - Dimmelo. Dimmi dove  nato e chi  suo padre.
- Ora la chiameresti Indonesia - esord Camille. - Ma quando nacque lui
erano le Indie Orientali Olandesi. Sua madre era di sangue misto, padre bianco e
madre indonesiana. Suo padre era un principe dell'Inferno. Conosci i principi
dell'Inferno, viso d'angelo?
La pelle bianca come neve di Alec divent ancora pi pallida. - Certo che s
- rispose irrigidendosi. - Sono uno Shadowhunter. Ma loro sono... creature
mitiche. I pi grandi angeli del Paradiso sono diventati i pi grandi principi
dell'Inferno. E il pi grande di tutti loro ... Lucifero. - Trattenne il fiato. - Non
starai dicendo che...
Il corpo di Camille venne scosso da una risata. - Che il padre di Magnus  il
Portatore di Luce? La Stella del Mattino? Certo che no!
- Per  un principe dell'Inferno.
- Questo dovrai chiederlo a Magnus di persona - disse Camille mentre
giocherellava con una nappina appesa al bracciolo del divano.
- Magari non te l'ha mai detto - ribatt Alec. - Ti amava abbastanza per
dirtelo? Tu lo amavi?
- Lui mi amava - ribatt Camille, pensierosa. - Io no. Gli ero affezionata,
ma non l'ho mai amato. Non in quel senso. - Si spost, nervosa. - Mi sono
stancata di raccontarti queste cose, piccolo Shadowhunter, specialmente dal momento
che tu mi sei servito cos poco.
Le guance di Alec si accesero del colore dei garofani pallidi. Camille intuiva,
dalla tensione nel magro corpo di lui, che stava trattenendo al tempo stesso rabbia e
vergogna: aveva bisogno di lei, pensava compiacendosi, per soddisfare la curiosit
che lo consumava, alimentata dalla paura. S, quel ragazzo aveva bisogno di lei come
lei del sangue.
- Un'ultima cosa - le disse con voce profonda. - Un'ultima cosa e ti
lascer stare.
Camille sollev le sopracciglia.
- Sono diverso? - disse Alec. - Nel modo in cui lui mi ama, c' qualcosa di
diverso rispetto a come amava prima?
Lei lasci che le labbra le si incurvassero lentamente in un sorriso. - La
risposta a questa domanda, Alexander, ti coster.
- Costarmi cosa? Cos'altro?
C'era dolore nella sua voce.
- Sangue - rispose.
Fra loro si estese un lungo silenzio. Finalmente, in tono incredulo, lui disse: -
Vuoi bere il mio sangue?
Lei soffoc una risata. - Sai quanto tempo  passato dall'ultima volta che ho
bevuto sangue da un volontario umano? E il sangue di Shadowhunter possiede delle
speciali propriet. Non tutti siete come il vostro Jace, ovviamente, che porta nelle
vene la luce del giorno. Eppure... sarebbe una vendemmia di qualit inusuale.
Il rossore sulle guance di lui si fece pi intenso. La stava fissando, appoggiata
contro il velluto del divano, gli occhi semichiusi. Camille sapeva che la sua bellezza
non poteva accendere n tentare quel ragazzo, ma non importava. La bellezza era
potere, ma c'erano anche altri generi di potere.
Cos vicina ad Alec, riusciva ad avvertire il suo profumo: colonia al sandalo,
freddo invernale, il caratteristico odore pungente della paura umana. E loro erano
umani, gli Shadowhunters. Sotto tutto quanto, pur sempre umani, in preda a emozioni
umane, a debolezze umane, a paure umane, per quanto credessero di essere speciali.
- Molto bene - rispose Alec. - Solo questa volta.
Lei lo osservava da sotto palpebre socchiuse che celavano il suo trionfo, il
debole tremore delle dita che raggiungevano il polsino della camicia e mettevano a
nudo il polso sinistro, lui che le offriva la pelle nuda e indifesa.
...
.
...
Una trasformazione oscura. Titolo originale: Dark Transformation.
.
Era un piccolo bar, su una stradina in pendenza di una citt cinta da mura e
piena di ombre.
Jonathan Morgenstern era rimasto seduto al bancone per almeno un quarto
d'ora, intento a sorseggiare un drink, quando si alz e scese la rampa di scale lunga e
pericolante che portava alla discoteca. Mentre si avventurava verso il basso, era come
se il suono della musica gli andasse incontro, cercando di farsi strada su per i gradini,
tanto che sentiva il legno vibrargli sotto i piedi.
Lo spazio era gremito di corpi che si dimenavano in mezzo al fumo. Proprio il
genere di posto bazzicato dai demoni... Quindi il genere di posto frequentato anche
da chi li cacciava.
O il luogo ideale per chi dava la caccia a un cacciatore di demoni.
Del fumo colorato turbinava nell'aria, emanando un odore vagamente aspro.
Le pareti della discoteca erano completamente rivestite da lunghi specchi. Riusciva a
vedersi mentre attraversava la stanza: una figura snella vestita di nero, coi capelli di
suo padre, bianchi come la neve. C'era umidit l sotto, faceva caldo e mancava
l'aria, tanto che lui si sentiva la maglietta incollata alla schiena per il sudore. Un
anello d'argento gli luccicava dalla mano destra, mentre con gli occhi scrutava la
stanza in cerca della preda.
Eccola l, al bancone, con l'aria di volersi confondere fra i mondani.
Un ragazzo. Diciassette anni, forse.
Uno Shadowhunter.
Sebastian Verlac.
In genere Jonathan nutriva scarso interesse per chiunque avesse la sua stessa
et  se c'era qualcosa di pi noioso degli adulti, erano gli altri adolescenti  ma
Sebastian Verlac era diverso. Jonathan lo aveva scelto con attenzione,
meticolosamente, come si sarebbe potuto scegliere un costoso abito fatto su misura.
Gli si avvicin a passi lenti, senza fretta, studiandolo per bene. Aveva visto
delle fotografie, certo, ma di persona la gente risultava sempre diversa. Sebastian era
alto, alto come lui, e aveva la sua stessa corporatura slanciata. Indossava vestiti che
molto probabilmente gli sarebbero andati alla perfezione. Lui per aveva i capelli
scuri, quindi avrebbe dovuto tingerseli, cosa fastidiosa ma non impossibile. Anche gli
occhi erano neri, e i lineamenti, sebbene irregolari, nell'insieme producevano un
bell'effetto: quel ragazzo emanava un'aura di simpatia che lo rendeva attraente.
Aveva l'aspetto di uno che si fidava facilmente degli altri, che sorrideva spesso.
L'aspetto di uno sciocco.
Jonathan si avvicin al bancone e vi si appoggi contro. Gir la testa, facendo
capire all'altro ragazzo che lo stava guardando. - Bonjour.
Sebastian gli rispose in inglese, la lingua di Idris, seppur con un lieve accento
francese. Aveva lo sguardo sottile. Il fatto di essere stato visto sembrava averlo scosso
parecchio, spingendolo probabilmente a interrogarsi sull'identit di Jonathan: un
collega Shadowhunter o uno stregone con un simbolo che non si vedeva?
Qualcosa di sinistro sta per accadere, pens Jonathan. E tu nemmeno lo sai.
- Ti faccio vedere la mia, se tu mi fai vedere la tua - gli disse sorridendo. Si
vedeva riflesso nel sudicio specchio sopra il bancone. Sapeva che il modo in cui gli si
era illuminato il viso lo rendeva praticamente irresistibile; suo padre lo aveva allenato
per anni a sorridere in quel modo, come un essere umano.
La mano di Sebastian si strinse al bordo del bancone. - Io non...
Jonathan allarg ancora di pi il proprio sorriso e volt la mano destra per
mostrare la runa della Chiaroveggenza che aveva sul dorso. Sebastian trasse un
sospiro di sollievo e irradi la gioia di quando si riconosce qualcuno di fidato, come
se qualsiasi Shadowhunter fosse un compagno e un potenziale amico.
- Anche tu diretto a Idris? - gli chiese Jonathan. Mantenne un tono
professionale, come se fosse regolarmente in contatto con il Conclave. Un altro
zelante Shadowhunter che proteggeva gli innocenti. Non se ne stancava mai!
- Io - esord Sebastian - rappresento l'Istituto di Parigi. Mi chiamo
Sebastian Verlac, comunque.
- Ah, Verlac. Famiglia antica e rinomata. - Jonathan gli prese la mano e la
strinse con decisione. - Andrew Blackthorn - disse con disinvoltura. - Istituto di
Los Angeles, in origine, ma poi sono andato a studiare a Roma. Ho pensato di
raggiungere Alicante via terra. Per godermi il paesaggio.
Jonathan aveva svolto delle ricerche sui Blackthorn, una famiglia numerosa, e
sapeva che da dieci anni loro e i Verlac non si trovavano nella stessa citt. Sapeva che
non avrebbe avuto problemi a rispondere a un nome falso: non ne aveva mai avuti.
Non si era mai sentito particolarmente legato al suo vero nome, forse perch aveva
sempre saputo che non era solo il suo.
L'altro Jonathan era stato cresciuto in una casa non lontana dalla sua, ricevendo
le visite di suo padre. L'angioletto di pap.
- Saranno secoli che non vedo un altro Shadowhunter - prosegu Sebastian.
Stava parlando gi da un po', ma Jonathan si era dimenticato di prestargli attenzione.
- Che coincidenza incontrarti proprio qui. Il mio giorno fortunato!
- Eh gi - mormor Jonathan. - Anche se non  stata proprio una
coincidenza. Penso che avrai sentito parlare del demone Eluthied che si aggira in
questo posto, vero?
Sebastian sorrise e bevve un ultimo sorso dal suo bicchiere, appoggiandolo poi
sul bancone. - Dopo che avremo ucciso quel coso, dovremo fare un brindisi.
Jonathan annu e cerc di sembrare molto concentrato, come se stesse
scrutando la stanza in cerca di demoni. I due erano appoggiati spalla a spalla, come
guerrieri fratelli. Era cos facile che quasi si annoiava: gli era bastato presentarsi, ed
ecco Sebastian Verlac che, come un agnellino indifeso, appoggiava la gola contro la
lama del coltello. Chi poteva fidarsi in quel modo degli altri? E desiderare subito di
essere loro amico?
Lui non si era mai dimostrato gentile con il prossimo. Ovviamente non ne
aveva nemmeno avuto l'opportunit. Il padre aveva tenuto lontani lui e l'altro
Jonathan; un bambino con sangue di demone e un bambino con sangue d'angelo:
crescili entrambi come se fossero tuoi e stai a vedere chi dei due ti rende pi
orgoglioso.
L'altro non aveva superato una prova, tempo prima, ed era stato allontanato.
Cos sapeva Jonathan. Lui aveva superato qualsiasi tipo di test a cui il padre l'avesse
mai sottoposto, e forse ci era riuscito fin troppo bene, in maniera troppo perfetta,
indifferente all'isolamento e agli animali feroci, alla frusta o alla caccia. Di tanto in
tanto aveva colto un'ombra negli occhi del padre, un'ombra di dolore o di dubbio.
Ma cosa lo angosciava? Perch avrebbe dovuto dubitare? Non era forse il
combattente perfetto? Non era tutto ci per cui il padre lo aveva creato?
Gli umani erano cos strani.
A Jonathan non era mai piaciuta l'idea di un altro Jonathan, di un padre che
aveva un altro figlio, un figlio che a volte lo faceva sorridere senza ombre negli
occhi.
Un giorno aveva amputato all'altezza delle ginocchia uno dei manichini che
usava per allenarsi, trascorrendo poi una piacevole giornata a strangolarlo, sventrarlo
e squartarlo dal collo all'ombelico. Quando il padre gli aveva chiesto perch avesse
tagliato parte delle gambe, Jonathan aveva risposto di voler vedere che effetto faceva
uccidere un ragazzo della sua stessa altezza.
- Dimenticavo, mi devi scusare - disse Sebastian, che stava rivelandosi
fastidiosamente loquace. - Quanti siete voi, in famiglia?
- Oh, siamo in tanti - rispose Jonathan. - Otto. Ho quattro fratelli e tre
sorelle.
I Blackthorn erano davvero in otto: le ricerche di Jonathan erano state accurate.
Non riusciva neanche a immaginarselo, di poter vivere con cos tanta gente, in mezzo
al disordine. Anche lui aveva una sorella di sangue, ma non si erano mai conosciuti.
Il padre gli aveva raccontato che sua madre era scappata quando lui era molto
piccolo. Era di nuovo incinta, inspiegabilmente disperata perch aveva chiss cosa in
contrario sul fatto che la sua creatura venisse migliorata. Ma era scappata troppo
tardi: il padre aveva gi provveduto affinch Clarissa fosse dotata di poteri angelici.
Solo poche settimane prima, il padre aveva visto Clarissa per la prima volta e
al loro secondo incontro lei aveva dimostrato di saper usare i propri poteri. Aveva
spedito la sua nave nel fondo dell'oceano.
Una volta che lui e il padre avessero vinto e trasformato gli Shadowhunters,
devastando il loro orgoglio e la loro citt, lui diceva che sua madre, l'altro Jonathan e
Clarissa sarebbero andati a vivere con loro.
Disprezzava sua madre per il fatto che era scappata. E il suo unico interesse nei
confronti dell'altro Jonathan era quello di dimostrare la propria superiorit: il vero
figlio del padre, figlio di sangue, un sangue con dentro la forza dei demoni e del caos.
Ma Clarissa gli interessava.
Clarissa non aveva mai scelto di lasciarlo. Era stata portata via e costretta a
crescere in mezzo ai mondani, niente di pi disgustoso. Doveva aver sempre saputo
di essere diversa da chiunque altro attorno a lei, di essere destinata a cose
completamente diverse, con un potere e qualcosa di strano che le scorreva sotto la
pelle.
Doveva essersi sentita come se al mondo non ci fossero altre creature come lei.
Dentro Clarissa c'era qualcosa di angelico, come nell'altro Jonathan, non il
sangue infernale che scorreva nelle sue vene. Lui era molto simile a una versione pi
forte di suo padre, temprata dal fuoco dell'Inferno. Anche lei era vera figlia del padre,
e chi poteva sapere quale strana mistura la combinazione di sangue del padre e potere
del Paradiso aveva formato nelle vene di Clarissa? Forse non era poi cos diversa da
lui.
Il pensiero lo esaltava in un modo mai provato prima. Clarissa era sua sorella,
non apparteneva a nessun altro. S, era sua. Lo sapeva, perch anche se non sognava
spesso (era una cosa da umani), dopo che il padre gli aveva raccontato di come lei
aveva affondato la nave, lui l'aveva vista spesso nel sonno.
Aveva visto una ragazza in piedi sopra il mare, coi capelli come fumo scarlatto
che le si avvolgevano in spire sulle spalle, arrotolandosi e srotolandosi al vento
indomabile. Tutto era tenebra impetuosa, e il mare in tempesta trasportava pezzi del
relitto che un tempo era stato una nave, insieme a corpi galleggianti a faccia in gi.
Lei abbassava i suoi occhi verdi e freddi su di loro e non aveva paura.
Era stata Clarissa, era stata lei a portare distruzione cos come avrebbe fatto lui
stesso. Nel sogno, era orgoglioso di lei. La sua sorellina.
Sempre in quel sogno, ridevano insieme di fronte al magnifico disastro attorno
a loro. Erano in piedi, sospesi sopra il mare; a loro non poteva succedere niente,
perch la distruzione era il loro elemento. Clarissa faceva ondeggiare nell'acqua le
sue mani bianche come la luna. Quando le risollevava erano scure, e lui capiva che
l'acqua era diventata sangue.
Jonathan si era risvegliato ridendo.
Al momento giusto, aveva detto il padre, sarebbero stati insieme, tutti insieme.
Doveva aspettare.
Peccato che non fosse molto bravo, ad aspettare.
- Hai una faccia strana - disse Sebastian Verlac, gridando per sovrastare la
musica pulsante, una voce squillante e frastagliata nelle orecchie di Jonathan.
Jonathan si chin verso di lui e gli sussurr all'orecchio, con precisione: -
Dietro di te. Ore quattro.
Sebastian Verlac si volt, e il demone, sotto forma di ragazza con una nuvola di
capelli scuri, si allontan bruscamente dal ragazzo con cui stava chiacchierando
sgusciando via in mezzo alla folla. Jonathan e Sebastian lo seguirono, uscendo da una
porta con la scritta SORTIE DE SECOURS a lettere rosse e bianche smangiate.
La porta dava su un vicolo che il demone percorse rapidamente, quasi
scomparendo.
A quel punto Jonathan fece un salto, scagliandosi contro il muro di mattoni di
fronte a s, e sfrutt lo slancio per rimbalzare sopra la testa della creatura. Si volt a
mezz'aria, pugnale con le rune in mano; lo sent fischiare nell'aria. Il demone rest di
ghiaccio e lo guard fisso. La maschera del suo viso di ragazza stava gi cominciando
a scivolare via, mentre Jonathan riusciva a intravedere le fattezze sottostanti: tanti
occhi come quelli di un ragno e bocca provvista di zanne spalancate per lo stupore.
Non c'era niente di quello spettacolo che lo disgustasse. L'icore che scorreva nelle
vene della creatura era anche il suo.
Non che la cosa gli ispirasse misericordia, no di certo. Sorridendo a Sebastian
da sopra la spalla del demone, si scagli arma in pugno contro l'avversario e lo
squart come una volta aveva fatto con il manichino, dal collo all'ombelico. Un urlo
gorgogliante dilani il cielo sopra il vicolo mentre il demone si piegava su se stesso e
spariva, lasciando dietro di s poche gocce di sangue nero disseminate sulla pietra.
- Per l'Angelo - sussurr Sebastian Verlac.
Stava fissando Jonatah al di sopra del sangue e dello spazio vuoto fra loro, ed
era sbiancato in volto. Per un istante l'altro fu quasi compiaciuto nel leggergli in
faccia quella che sembrava paura.
Niente da fare. Sebastian Verlac restava uno sciocco fino in fondo.
- Sei stato grandioso! - esclam infatti, con voce scossa ma ammirata. -
Non ho mai visto nessuno muoversi cos in fretta! Alors, dovrai insegnarmi quella
mossa. Davvero,  la prima volta che vedo fare una cosa simile.
- Mi piacerebbe aiutarti - disse Jonathan. - Ma sfortunatamente sono di
passaggio. Sai, mio padre mi aspetta. Ha dei progetti, e senza di me non ce la pu
fare.
Sebastian fece un'espressione di sconforto totale. - Su, dai... non te ne puoi
andare adesso! - disse per cercare di persuaderlo. - Cacciare con te  stato troppo
divertente, mon pote. Prima o poi dobbiamo rifarlo.
- Mi dispiace - rispose Jonathan, giocherellando con l'impugnatura
dell'arma - ma non sar possibile.
Sebastian sembr cos sorpreso, quando venne ucciso. A Jonathan scappava da
ridere: il coltello in mano e, sotto la lama, la gola di Sebastian che si apriva, il sangue
caldo che gli colava sulle dita.
Non poteva rischiare che il cadavere di Sebastian venisse ritrovato nel
momento sbagliato, rovinando il suo piano, perci decise di trasportarlo come se
stesse aiutando un amico ubriaco a tornare a casa.
Non erano affatto lontani da quel ponticello sul fiume, delicato come filigrana
o come le ossa fragili e imputridite di un bambino morto. Sollev il cadavere sopra il
parapetto e rimase a guardarlo mentre colpiva, con un tonfo, le acque cupe e veloci.
Il cadavere affond senza lasciare tracce. Prima ancora che sparisse
completamente sott'acqua, Jonathan se n'era gi dimenticato. Vide le dita ritorte
muoversi su e gi nella corrente, come se qualcosa le avesse riportate in vita
spingendole a implorare aiuto o almeno spiegazioni. Jonathan ripens a quel sogno:
sua sorella e un mare di sangue. Quando aveva gettato il corpo, dal fiume erano saliti
schizzi d'acqua che gli avevano spruzzato la manica. Un battesimo, un nuovo nome:
adesso era Sebastian.
Attravers il ponte in direzione della citt vecchia, dove le lampadine elettriche
erano travestite da lanterne a gas, l'ennesimo giocattolo per turisti. Voleva
raggiungere l'hotel dove dormiva Sebastian Verlac. Lo aveva esaminato prima di
andare al bar e sapeva di potersi arrampicare e sgattaiolare dentro la finestra della
stanza per impossessarsi degli effetti personali del ragazzo. Sarebbe bastato un
flacone di acqua ossigenata da due soldi e...
In quell'istante, un gruppo di ragazze in abiti da discoteca gli passarono
accanto sbirciandolo di traverso. Una di loro, con una gonna argentata che le fasciava
i fianchi, lo guard dritto negli occhi e gli sorrise.
Jonathan si un al gruppetto.
- Comment tu t'appelles, beau gosse? - gli chiese un'altra con voce
leggermente impastata. - Come ti chiami, bello?
- Sebastian - rispose subito lui, senza un secondo di esitazione. Ecco chi
sarebbe stato d'ora in avanti, chi i piani di suo padre volevano che fosse, chi aveva
bisogno di essere per percorrere il sentiero che portava alla vittoria e a Clarissa. -
Sebastian Verlac.
Guard verso l'orizzonte, e pens alle torri di vetro di Idris. Se le immagin
avvolte nell'ombra, nel fuoco, distrutte. E pens a sua sorella che lo aspettava, l
fuori, nel mondo.
Sorrise.
...
FINE.